Nanotech contro l’artrosi

Un microscopio così  piccolo da poter viaggiare dentro le nostre articolazioni e scoprire danni anche minimi alla cartilagine. E trapianti  di cellule staminali per ricostruirla. La medicina rigenerativa rivoluziona la cura di una malattia molto diffusa

È un nanomicroscopio che viaggerà dentro le nostre articolazioni a caccia delle piccole, impercettibili alterazioni della cartilagine, il segno dell’artrosi che verrà. Così sarà possibile scoprire le prime lesioni di una patologia che interessa circa la metà degli over 50, con conseguenze serie e spesso invalidanti, nel corso di una comune artroscopia, l’esame che valuta dall’interno le condizioni di un’articolazione.

L’ultima soluzione hi-tech ai dolori degli italiani è la nanodiagnosi che potrebbe guidare una conseguente terapia dell’invisibile: lo promette una ricerca pubblicata su ‘Nature Nanotechnology’ da un team internazionale del quale fanno parte Riccardo Gottardi e Roberto Raiteri del dipartimento di Ingegneria Biofisica ed Elettronica dell’Università di Genova, insieme a Ivan Martin, attualmente a Basilea.

La nuova speranza parte dalle opportunità che offre il nanomicroscopio a forza atomica, uno strumento estremamente sofisticato che riesce a toccare con grande leggerezza la superficie di un materiale e così ne registra la durezza e la consistenza. Nelle persone malate di artrosi la cartilagine diventa più rigida e meno elastica e lo strumento è in grado di cogliere eventuali variazioni della consistenza del tessuto anche minime. Nello studio pubblicato da ‘Nature’ sono state esaminate cartilagini di topo e frammenti di tessuto umano, asportati da comuni biopsie effettuate durante un’artroscopia, l’esame che va a valutare dall’interno le condizioni di un’articolazione. E le prime modificazioni nella cartilagine sono state osservate già in animali giovanissimi, dell’età di un mese, grazie a punte rilevatrici di taglia nanometrica, mentre i metodi standard e le punte più grandi, dell’ordine del millesimo di millimetro, non riescono a cogliere segni di danneggiamenti fino a sei mesi.

Quando questa tecnica sarà resa disponibile per indagare le articolazioni umane, il trattamento della malattia potrebbe essere rivoluzionato: diagnosticando con grande precocità i danni alla cartilagine indotti dall’artrosi, sarà possibile impedire o almeno rallentare di molto l’avanzata della malattia cronica. “Lo studio conferma che questa tecnologia è in grado di riconoscere il tessuto degenerato con precisione”, spiega Roberto Raiteri . Per questo, il nanomicroscopio è immaginato come un futuro ausilio a supporto dell’artroscopia.

Non solo: un’applicazione più vicina del nanomicroscopio potrebbe essere quella di utilizzare lo strumento per controllare la qualità del tessuto cartilagineo creato in laboratorio che deve essere impiantato all’interno di un’articolazione. “Il microscopio a forza atomica potrà consentire di valutare prima dell’eventuale impianto il tessuto cartilagineo creato in laboratorio, permettendo test e misurazioni di qualità ad oggi non disponibili”, conferma Raiteri: “Con questo studio abbiamo dimostrato che il metodo può risultare sensibile nel misurare lo stato di salute della cartilagine. Ora con ulteriori ricerche si punterà a definire i parametri necessari per applicare lo strumento all’attività clinica”.

E qui si parla dell’oggi, visto che negli ultimi anni si è assistito a un vero boom della medicina rigenerativa, ovvero dell’utilizzo di biomateriali impiegati per la crescita di cellule staminali cosiddette mesenchimali, potenzialmente in grado di creare nuova cartilagine. Le prospettive di questa medicina che promette una nuova generazione di terapie e trapianti capaci di ricreare nel corpo colpito dall’artrosi i tessuti necessari a regolare funzionamento delle articolazioni sono enormi: oggi il valore mondiale di un business del genere è stimato sui 2,5 miliardi di dollari, con una crescita annuale del 13,6 per cento prevista fino al 2012. “Il mercato potenziale europeo è di circa 15 mila impianti l’anno, mentre quello statunitense è tre volte superiore”, commenta Ferdinando Priano, ortopedico, già presidente della Società italiana di Artroscopia: “I due enti responsabili della certificazioni di nuovi farmaci e presidi terapeutici, l’Emea per l’Europa e la Fda per gli Usa, hanno sviluppato delle metodologie di produzione, di controllo e di impiego degli impianti che tutti gli operatori devono seguire”.
Tratto da: www.repubblica.it

Post correlati

This entry was posted in notizie and tagged . Bookmark the permalink.

Comments are closed.